Sandro Pertini

La scissione fra Partito Socialista e Partito Comunista – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

“Succede che nel 1921 viene la scissione fra Partito Socialista e quello che poi diventa il Partito Comunista. Perché arrivano da Mosca i 21 punti di Lenin. Ora, molti di questi punti potevano essere accettati dai socialisti, ma vi era soprattutto un punto che i socialisti respingevano, Turati e Treves, cioè la dipendenza del movimento socialista italiano dall’Internazionale comunista. Proprio questo Turati lo respinse: “Noi vogliamo la nostra autonomia.” Lui aveva dato una grande importanza alla rivoluzione sovietica. Al Teatro Goldoni, a Livorno nel 1921, prese la parola Terracini dicendo: “Noi accettiamo i 21 punti di Mosca, fra noi e voi non c’è più possibilità di collaborazione, noi ci andiamo a riunire in un altro locale e ci separiamo da voi.” Filippo Turati fece questo intervento molto umano e molto saggio. Mentre stavano per uscire, c’era Bordiga, c’era Gramsci, Turati va alla tribuna e dice: “Fermatevi prima di lasciare il nostro Congresso. Voi siete degli uomini onesti, state commettendo un grave errore. Quando riconoscerete questo errore ritornerete tra di noi.” Dopo si capì che Turati e Treves, perché il cervello del Partito Socialista era Claudio Treves, avevano ragione. Ho visto Terracini, coraggiosamente alla televisione: “E allora secondo lei”, gli ha detto l’intervistatore, “aveva sbagliato Turati?” “No, Turati aveva visto giusto, disse una verità allora, dobbiamo riconoscerglielo. Aveva ragione Turati e avevamo torto noi”.”
Sandro Pertini, 21/01/1983

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Come scrivo (non sono sparita)

Post di: Lucia Senesi

 

Non vi sto snobbando; sono semplicemente al Quirinale con Pertini. Ogni tanto mi domandate come nascono le cose che scrivo. Direi, essenzialmente, così:

 

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Pertini-archivi        Il secondo sesso - appunti

Tutta colpa di Kubrick - studio        fondazione Nenni

 

I rapporti Pertini-Nenni e le scissioni del Partito socialista

Scritto da: Lucia Senesi

 

SANDRO PERTINI: Quanto mi sono battuto contro le scissioni, Oriana! Quanto mi sono arrabbiato coi socialdemocratici nel 1947 e con quelli del PSIUP nel 1964! Quante volte ho gridato non-solo-queste-scissioni-tornano-a-danno-del-socialismo-ma-del-movimento-operaio-e-del-paese! Pensi cosa rappresenteremmo oggi in Italia se non avessimo fatto le scissioni! E pensi cosa abbiamo provocato invece: l’indebolimento del socialismo, la delusione del popolo italiano… Sicché tutti, ora, ci guardano con diffidenza. E ce lo meritiamo perché abbiamo mancato al nostro compito. Noi socialisti, quando non sappiamo cosa combinare, ci dividiamo. Se domani tre socialisti finiscono naufraghi in un’isola deserta, sa cosa fanno? Prima issano un cencio bianco perché una nave li veda, poi strappano il cencio in tre parti e formano tre correnti del Partito socialista. È la nostra maledizione. Da cosa viene tale maledizione io non lo so. Forse da una radice anarchica. Sì, un po’ di Bakunin c’è. Senza dubbio. I miei compagni non vogliono che lo dica ma, se non siamo un po’ anarchici, siamo troppo individualisti. D’accordo: democraticamente è una cosa buona. In un partito democratico si deve discutere e non accettare la rigida disciplina del Partito comunista. Nella disciplina il Partito comunista condensa la sua forza ma anche la sua debolezza: essa lo tiene compatto ma allo stesso tempo gli impedisce di far circolare le idee. Però, accidenti: noi socialisti paghiamo un prezzo troppo alto per far circolare le idee. Dico: una cosa sono le correnti di pensiero e una cosa sono le correnti organizzate che diventano fazioni organizzate, un partito nel partito. Bisticciai in questi termini con Saragat. Poi andai a Palazzo Barberini e cercai di convincerlo a non fare la scissione. Non m’ascoltò. Andai anche da quelli del PSIUP, anni dopo. Non mi vollero ascoltare nemmeno loro. Io non sono mai riuscito a farmi ascoltare. Solo dopo hanno detto: «Aveva ragione Sandro».

ORIANA FALLACI: Anche Nenni? Io mi son sempre chiesta quali fossero, in realtà, i suoi rapporti con Nenni.

SANDRO PERTINI: Rapporti di amicizia e di stima reciproca, anche se spesso abbiamo dissentito violentemente. Ma definire dissensi le nostre dispute è perlomeno inesatto perché si è trattato di dispute gravi, gravi… Nel 1948, ad esempio, quando Nenni volle a ogni costo la lista unica coi comunisti. Per me era un errore grossolano. Così, al congresso dell’Astoria, mi battei come una tigre contro di lui. Sostenni che dovevamo presentarci da soli perché eravamo noi a interpretare la tradizione socialista: presentarci in lista unica sarebbe servito soltanto a portare acqua al mulino socialdemocratico. Saragat non ci aveva forse accusato, un anno prima, d’essere fusionisti? Non s’era forse staccato da noi servendosi di quell’accusa? La lista unica coi comunisti gli avrebbe dato ragione e avrebbe rischiato di portarci chissà dove. Prima la lista unica, poi il gruppo unico alla Camera, e infine il partito unico. Com’è mio costume, non feci l’anticomunista ma Nenni vinse ugualmente e io ne soffrii. Eppure non persi il mio affetto per lui. Non l’ho mai perduto. Ho sempre voluto bene in modo fraterno a quest’uomo con cui mi litigavo. Non ho mai potuto dimenticare che anche lui ha dedicato la vita alla causa della libertà, della democrazia, della classe lavoratrice. Ma lui ne ha abusato, sa? Ne ha abusato eccome. Sapeva che gli volevo bene e se ne approfittava. Diceva: «Tanto ho l’appoggio di Sandro! Lui si urta con me e poi, all’ultimo momento, sta con me. È così legato al partito!». Capito? Il peggio è che ha ragione: al partito ci sono legato. Non lo lascerò mai. Come la politica. Mi spengerei.

ORIANA FALLACI: E con Saragat?

SANDRO PERTINI: Lo stesso. O quasi. Certo, quando Saragat è diventato socialdemocratico, mi sono molto staccato da lui. Anche in senso affettivo. L’ho aggredito aspramente nei comizi. L’ho trattato senza peli sulla lingua ma vede… ecco… insomma: non è che Saragat mi sia meno simpatico di Nenni, però io ho sempre sentito un maggior affetto per Nenni. E non solo perché Nenni è sempre stato fedele al partito ma perché Nenni ha una carica umana che Saragat non ha. Oh, io la carica umana ce l’ho più di Nenni. Voglio dire: tutti e due abbiamo una forte carica umana ma la mia è superiore a quella di Nenni e…

ORIANA FALLACI: Via, lo dica.

SANDRO PERTINI: Lo dico, lo dico! Dico: considerata quella carica umana, è strano che il grande legame non sia tra Nenni e me, bensì tra Nenni e Saragat. Uh, c’è un tale affetto tra i due! Sono come due amanti che si ripetono: «Nec sine te nec tecum vivere possum. Né con te né senza di te posso vivere». Sa, la poesia di Catullo e di Lesbia. Si amano di un odio-amore quei due. Si amano così fin dal tempo in cui erano fuorusciti in Francia. Non ha capito perché la riunificazione del Partito socialista andò così male? Perché fu un affare privato tra Nenni e Saragat: non un’operazione di base ma un incontro al vertice. Non poteva che finire in malora, infatti io lo avevo previsto che sarebbe finita in malora. Oriana, posso raccontarle una storia che spiega benissimo i rapporti tra Nenni e Saragat. È la storia della mia evasione da Regina Coeli. Dunque, nell’inverno 1943-44, io ero a Regina Coeli. E c’era anche Saragat. E tutti e due eravamo condannati a morte dai tedeschi. Lo sa come facevano i tedeschi: condannavano a morte anche senza processo, in via amministrativa. Poi pescavano da quel pozzo di San Patrizio e fucilavano per rappresaglia. Io e Saragat stavamo nel braccio tedesco insieme a quattro ufficiali badogliani. E i nostri preparavano la fuga. Ci pensava Giuliano Vassalli che era al tribunale militare italiano, Alfredo Monaco che era il direttore del carcere, sua moglie Marcella, Filippo Lupis, Giuseppe Gracceva. La prima parte dell’operazione consisteva nel trasferirci dal braccio tedesco al braccio italiano e a questo provvide Vassalli. Poi Gracceva mi mandò a dire che dovevo prender contatto con Monaco fingendo un attacco di appendicite, e ubbidii. Una notte mi metto a urlare oddio-sto-male-chiamate-d’urgenza-il-medico, così arriva Monaco, finge di visitarmi e intanto mi sussurra di stare pronto: si prepara la mia fuga e quella di Saragat. «No», rispondo. «No. Io e Saragat soltanto, no. Ci sono anche gli altri quattro. O tutti e sei o nulla. » Monaco riferisce ai compagni, badate-che-Pertini-stapuntando-i-piedi, i compagni riferiscono a Nenni, e Nenni dice spazientito: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato. Peppino no, poveretto. Per lui è la prima volta. Pensate a Peppino, poi penseremo a Sandro». Bè, mi andò liscia ugualmente: Vassalli fabbricò i fogli di scarcerazione, Ugo Gala li fece trovare sul tavolo del direttore insieme alla posta del mattino, e uscimmo tutti e sei. Ma appena vidi Nenni glielo dissi: «Pietro, cos’è questa storia del fate-uscire-Peppino-pensate-a-Peppino-tanto-Sandro-al-carcere-c’è-abituato? E che? Siccome c’ero abituato, ci dovevo morire?».

ORIANA FALLACI: Pertini, sono quasi le due del pomeriggio e lei non ha ancora mangiato. È sicuro di non sentirsi stanco?

SANDRO PERTINI: Le ho detto di no! È stanca lei?

Marcia repubblicana a Parigi – Le parole di Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Oriana, parliamoci chiaro: io non me la sarei sentita di mandar telegrammi gentili a certi capi di Stato. Non me la sarei sentita di stringer loro la mano. Io, quale presidente della Camera, mi son rifiutato di ricevere il presidente del Sud Africa, l’ambasciatore greco, l’ambasciatore spagnolo, l’ambasciatore portoghese. Eh! Non hanno messo piede, quei signori, qui dentro! Non ce lo mettono. Si rivolgono al mio segretario, come il questore Guida, spiegano di voler rendere omaggio al presidente, e io gli fo rispondere che il presidente non gradisce affatto il loro omaggio: il presidente non li riceve. Al Quirinale ci sarei costretto sennò dovremmo rompere le relazioni diplomatiche, scoppierebbe una guerra: qui invece! Qui al massimo dichiarano guerra a Pertini, come l’ambasciatore sovietico. Sapesse che diverbio ho avuto con l’ambasciatore sovietico pei fatti di Praga! Voi ristabilite l’ordine coi carri armati, gli ho detto, proprio alla maniera dei fascisti che lo ristabilivano con le baionette. Voi volete l’ordine che c’è nelle galere, nei cimiteri! Ci siamo lasciati male. Così male che non è più venuto da me e io non sono più andato da lui. Però anche con Nixon mi lasciai freddamente: «Buongiorno, buongiorno». Eh! Lui pronunciò quell’espressione pace-nella-sicurezza, e io replicai: «No, no, presidente. Io ho detto pace e basta. Pace tout-court». Eh! Lo sapevo ben io cosa intendeva, Nixon, con la parola sicurezza. C’era anche Kissinger, io non sapevo che fosse Kissinger ma lo guardavo perché mi fissava e intanto suggeriva le cose a Nixon. Non so cosa gli suggerisse. Forse gli diceva che m’ero opposto al Patto atlantico e alla guerra in Vietnam. E si comportava con la stessa freddezza di Nixon. Io, con altrettanta freddezza. Figuriamoci, dunque, se sto al Quirinale a ricevere le credenziali di quello e di quell’altro!”

Sandro Pertini, da un’intervista a Oriana Fallaci

 

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E tu puoi amarmi lo stesso? – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Ve lo dico, il carteggio fra Sandro Pertini e Matilde Ferrari mi sta angosciando seriamente. Qui siamo nel Natale del 1932.

 

“Reclusorio di Pianosa, 25 – XII – ‘932

Mia Mati, stamani mi hanno consegnato il tuo telegramma ed è già qualche cosa in mancanza di tue lettere. Pensa, Mati, che l’ultima tua porta la data del 20 ottobre! Ma è meglio non soffermarci a recriminare vanamente. E questo sarà più dignitoso per noi.

Il tormento di oggi conviene serbarlo nel nostro animo, come cosa preziosissima, ché domani diventerà una forza per noi. E così mai dimenticheremo. Vi sono ricordi che dobbiamo alimentare e far che sempre vivano in noi e non già ci serviranno a far rivivere nella nostra mente il passato, ma perché da essi trarremo quella fermezza e quella inflessibilità, che tanto ci saranno necessarie ed utili a condurre a termine azioni, per il cui esito bisognerà far tacere e soffocare nei nostri cuori ogni pietà ed ogni sentimentalismo.

Un giorno, Mati, dal mio raccoglimento di Santo Stefano ti scrissi, che cercavo di allontanare dal mio animo ogni sentimento di rancore, di odio, perché volevo che solo sentimenti di bontà e di amore vi vivessero, credendo così di meglio conformarmi all’essenza dell’idea, per la quale lotto, che è una idea di amore e di giustizia. Melanconiche ingenuità, che la solitudine e residui di un modo di sentire, che ancora si ostinano a sopravvivere in me, hanno fatto sorgere nel mio animo. Vado liberando il mio animo di tutte quelle romanticherie sentimentali inutili e dannose, che mi sono sempre state di ostacolo e di danno. E quando sarò riuscito a scrollare da me tutto questo ciarpame, potrò dire di aver ottenuto una buona vittoria su me stesso.

E sono vittorie, queste, mia Mati, che molto costano, ché è necessario per ottenerle rinunciare a tutto quello che è stato il nostro modo di sentire sino a ieri, a mutilare il nostro spirito di sentimenti, che sino a ieri alimentammo con tanta gioia e con orgoglio. Eppure talvolta, vincendo ogni ripugnanza, bisogna saper sputare nel piatto, ove per tanto tempo mangiammo. E sarà questa una liberazione, che ci consentirà di continuare il nostro cammino, con passo più leggero e fermo. Tu cerca, Mati, d’intendere questo mio nuovo modo di sentire. Ricordati quanto ebbi a scriverti in una mia lettera, dopo che tu fosti qui a trovarmi. Sono gli uomini e la continua esperienza della vita, che a questo mi costringe.

La parte del vaso di terracotta in mezzo ai vasi di ferro, è una parte che non mi garba, perché per nulla utile e molto ridicola. Non voglio farmi lupo, ma neppure agnello. Così ho dato libero sfogo al mio animo, mentre i miei compagni di cella dormono tranquilli (escluso uno, che sta russando, con crescendi vagneriani, veramente impressionanti).

Oggi avrei voluto scrivere a Maria, mia cognata; ma la lettera, chiesta in proposito, non mi è stata concessa, perché non ho… la classifica di “buono”. (Sono un reprobo, Mati. E tu puoi amarmi lo stesso, anche se non sono classificato “buono”?!…).

Sorrido a questo rifiuto, che mi spiego, ma per altra ragione ben diversa da quella comunicatami; sorrido, perché penso come a due miei compagni, nonostante che non abbiano la classifica di “buono” – sia stato consesso, quello che oggi a me è stato negato. Questo può farmi sorridere soltanto e non può sorprendermi. Ed anche per questo è inutile recriminare, conviene solo dimenticare.

Di salute sto meglio. Il morale è sempre alto e più gli anni passano, più giovane e vigoroso diventa il mio spirito. Potessi dire altrettanto del fisico! Ma sarebbe pretendere troppo. Adesso ti lascio, mia buona Mati. Vado a cercare il sonno, pensando a te. E mi sorprenderà, mentre sarò vicino a te, Mati. Ti bacio forte

tuo Sandro”

Sull’egoismo – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Sto per darvi una notizia che sconvolgerà tutti i vostri equilibri mentali: Pertini prima di sposare la tanto nota Carla aveva una fidanzata, Matilde. Ecco cosa le scriveva (dacché si capisce come mai i suoi scrittori preferiti fossero Leopardi e Dostoevskij):

 

“Reclusorio di Pianosa, 27 – XI – 1932

Mia Mati, finalmente posso scriverti. Ho atteso molto questa concessione. La tua parola, però, mi è sempre giunta, naturalmente con il solito ritardo.

In questi giorni ho pensato tanto a te ad alla mia mamma, più del solito, ché intuisco l’amara delusione che avrete sofferta. Non rattristarti, mia Mati, se nulla godo dell’ultima amnistia. Non penso a me, agli anni di carcere, che ancora mi rimangono, a te penso, Mati. Accetterei sofferenze e rinunzie più penose di quelle che ho patito e che patisco, pur di saperti contenta, staccata da questo mio destino, che io solo dovrei sopportare. Nessun diritto ho di farti soffrire tanto, in una così lunga attesa; l’amore non dà questo diritto, ché gli uomini bramano definire “amore” anche i loro sentimenti più egoistici.

Lo so, tu non vuoi sentir parlare di questo, ma oggi mi è impossibile tacerti quello che è stato sempre il mio pensiero più tormentoso. Sarei un incosciente, oltre che egoista, se guardando soltanto a quanto soffro io, dimenticassi le tue sofferenze, la tua vita della mia ben più triste. Sicuro, Mati, io non soffro quanto soffri tu e la mia vita è meno melanconica di quella che sei costretta a vivere tu. Io ho trovato da tempo una alta ragione alle rinunzie, cui sono forzato; da quando mi gettai nella lotta, con tanto ardore, previdi la mia presente sorte e vi pensai spesso con animo pronto e con un sentimento d’orgoglio. Tu no, mia Mati; altro sogno, più lieto, più dolce portavi nel tuo cuore, quando ti chiesi di unirti a me, per la vita.

Ascoltami, piccola, non adirarti. Sono qui solo nella mia cella, solo con te e vorrei che tu sapessi intendere ogni mia parola, ch’è dettata da un solo vivo desiderio, quello di liberarti d’ogni pena e di renderti più lieta e più luminosa la tua vita. Mati, quasi otto anni di carcere mi rimangono ancora! Sono lunghi, sai, per chi, come te, deve attendere rinunciando a tutte le gioie che la vita offre; ed il nostro domani è incerto, ancora pieno di sacrifici si presenta il mio spirito. E non posso, mia Mati, dimenticare la mia fede, per il nostro amore. Ecco il mio egoismo. Alla mia fede, che le sofferenze di questi ultimi anni in me hanno resa più profonda, non posso rinunziare, anteponendo il nostro amore. Tutto sento di poter sacrificare ad essa. Devo dirti questo, ché mi pare così di render più lieve il rimorso che sento per tutte le sofferenze che per causa mia sei costretta a patire. Questa mia lettera, da te tanto attesa, ti renderà triste: ma cerca di comprendere, Mati.

Non soffro, dunque, per me e poi ero preparato a tutto. Quante seccature ti do, mia Mati! Perdonami.”

Sarà stanca lei – Sandro Pertini

Post di: Lucia Senesi

 

Sandro Pertini, l’unico uomo sulla faccia della terra che è riuscito a rispondere a Oriana Fallaci (ancora rido).

Pertini-Fallaci

Resistete contro gli impazienti – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Pertini a Pietro Nenni e Giuseppe Saragat:

 

Avanti

 

“[Milano], 16 febbraio 1945

Pietro e Giuseppe carissimi,

due righe in tutta fretta, ché fra un’ora parte un corriere per costì. Non mi è possibile venire a R[oma]. E’ necessaria la mia presenza qui, ove la lotta si fa ogni giorno più dura. Bisogna tenere pronto il nostro p[artito], facendo in modo che rimanga in prima linea. (…)

Abbiamo ricevuto alcuni numeri del nostro Avanti!. Bene. Bravo Pietro. Per quanto concerne la proposta fusione con i cugini (comunisti, N.d.R.) vi invitiamo a non precipitare. I cugini, a nostro avviso, oggi si dimostrano tanto entusiasti per la fusione con noi soprattutto per due ragioni: a) perché adesso sono persuasi che noi stiamo diventando un forte partito della classe operaia; b) perché sanno che il loro partito – legato alla politica dell’URSS – è costretto, e maggiormente sarà costretto domani, a fare una politica impopolare e quindi non vogliono che nel settore operaio vi sia un partito che a questa politica si opponga, rendendo più profondo il malcontento, che nelle masse lavoratrici è oggi già diffuso, e beneficiando di questo malcontento.

Comunque è a Milano liberata che la questione della fusione dovrà e potrà essere posta. Badate di non metterci dinanzi al fatto compiuto. Creereste una grave crisi.

Non potete non sentire il nostro parere, in proposito. Resistete contro gli impazienti. Errore, poi, sarebbe togliere a Pietro la Segreteria per le ragioni da me dette a Napoli. Pietro deve continuare a essere il S[egretario] Gen[erale]. Almeno sino a Milano liberata. Sentiamo che il nostro partito potrà diventare un “grande partito”. Vi sono tutte le premesse per questo. Ma se voi stanchi preoccupati per le molte difficoltà doveste abbandonare la posizione attuale, queste premesse di colpo verrebbero annullate e il partito, denunciando ancora una volta la sua incapacità di fare una politica decisa e coraggiosa e di non sapere marciare se non a fianco del P.C., si porrebbe in una evidente posizione d’inferiorità, perdendo tutto il consenso che ha oggi in mezzo alle masse lavoratrici. Ancora una volta noi appariremmo gli stessi… socialisti sempre indecisi e perplessi. Tenete duro, per dio, e avremo ragione. A Roma con la vostra coraggiosa decisione voi avete create le condizioni per dar vita ad un grande Partito socialista. Potenziamo questo nostro partito – nel quale oggi più che mai credo – e non affrettiamo una fusione, che si risolverebbe in un assorbimento del nostro p[artito] nel p[artito] comunista. Noi vogliamo dar vita a un unico partito del proletariato, non vogliamo ingrossare il P.C. Riflettete seriamente su questo.

Vedremo di mandarvi al più presto un nostro rappresentante. Ricordatemi a tutti. Saluti a Marcella, a Luisa ed a Orlandina. A voi, amici miei, saluti fraterni.

Sandro”

Pertini fra le nuvole – Becco Giallo

Post di: Lucia Senesi

Oramai sono innamorata di “Pertini fra le nuvole” e i fumetti d’impegno civile di Becco Giallo.

 

Pertini fra le nuvole

“La virtù del fare” – Pietro Nenni

Post di: Lucia Senesi

 

Che, a quanto pare, non è un’eredità socialista.

Scriveva Oriana Fallaci: “Splendidi fino a quando combattono, i comunisti diventano insopportabili dopo che hanno vinto.”

 

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Ai giovani: il principio di libertà – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Comunque certe mattine fa bene svegliarsi e riascoltare Pertini. Non foss’altro per ricordare com’erano fatti gli uomini a quella maniera.

 

“ Io penso soprattutto alle nuove generazioni, ai giovani. E mi rivolgo ai giovani. Io credo nella nostra gioventù. Anche se vi è una frangia di giovani che oggi si sono smarriti, e si trovano portati verso la violenza, o peggio ancora verso la droga. Ma è una frangia, semplicemente. La stragrande maggioranza della gioventù, a mio avviso, è sana. Vedete io ho avuto un’esperienza come Presidente della Camera dei Deputati, e adesso come Presidente della Repubblica: io ho ricevuto e ricevo adesso molte scolaresche, di ogni grado della scuola dalla elementare all’università, di ogni regione dalla Sicilia al Friuli. Quando ero Presidente ne ho ricevuti 55.000, e adesso la stessa consuetudine ho ripreso qui al Quirinale.

Ebbene io a questi giovani non ho mai fatto dei discorsi. Ho sempre intrecciato con loro, e vi sono riuscito, un dialogo, come fossimo antichi amici. Ebbene mi sono sempre visto porre dai giovani, delle domande, dei quesiti molto seri. Io credo quindi in questa nostra gioventù.

E i giovani non hanno bisogno di prediche. I giovani hanno bisogno, da parte degli anziani, di esempi di onestà, di coerenza, e di altruismo.

E’ con questo animo, quindi, giovani che mi ascoltate, a voi mi rivolgo: giovani, non armate la vostra mano. Armate il vostro animo. Non armate la vostra mano, giovani, non ricorrete alla violenza. Perché vedete la violenza fa risorgere dal fondo dell’animo dell’uomo gli istinti primordiali, fa prevalere la bestia sull’uomo. Ed anche quando si usa in stato di legittima difesa, la violenza lascia sempre l’amaro in bocca.

No, giovani, armate invece il vostro animo. Di una fede vigorosa: sceglietela voi, LIBERAMENTE, purché questa vostra scelta presupponga il PRINCIPIO DI LIBERTA’. Perché se non presuppone il principio di libertà, VOI DOVETE RESPINGERLA. Altrimenti voi vi mettereste su una strada senza ritorno, una strada in cui al termine vi sarebbe la vostra morale e personale schiavitù. Sareste dei servitori in ginocchio, mentre io vi esorto ad essere sempre degli uomini in piedi, padroni dei vostri sentimenti e dei vostri pensieri.

Ebbene, giovani, ripeto: armate il vostro animo di una fede, e fate voi LIBERAMENTE la vostra scelta. E se voi non volete che la vostra vita scorra monotona, grigia e vuota, fate che essa sia illuminata dalla luce di una grande e nobile idea.

Ecco, italiani e italiani, con quale animo io mi sono presentato a voi, umilmente, senza alcuna stolta manifestazione di arroganza, di potere. ”

 

Sandro Pertini, Discorso di fine anno (1978)

 

Sandro Pertini

Pertini, ho una brutta domanda da porre. È deluso dall’Italia d’oggi?

Scritto da: Lucia Senesi

 

” Ah! Io direi amareggiato. Crede che non sia motivo di amarezza per me che ho lottato cinquantacinque anni in nome della libertà vedere questi rigurgiti di neofascismo? Crede che non sia motivo di amarezza sapere che tanti uomini politici, anche nel mio partito, non pensano che al loro tornaconto? Crede che non sia motivo di amarezza assistere a certi arrivismi, a certi personalismi, agli scandali che restano impuniti, alla corruzione che dilaga? Io non mi sono battuto per questo. Io non mi sono battuto per incontrare in Parlamento i rappresentanti dell’antico fascismo. Io non mi sono battuto per questa democrazia qui, così priva di contenuto e di forza. E la capisco la sua domanda, Oriana. Anzi glielo leggo negli occhi ciò che mi vorrebbe dire e non mi dice: «Pertini, la delusa son io. Perché da bambina vi consideravo uomini eccelsi, mi aspettavo tanto da voi, e voi mi avete tradito». Ha ragione. Sì. Anche tanti giovani vengono qui e mi dicono: «Ci avete deluso». Si direbbe che la classe politica uscita dalla Resistenza abbia dato il meglio di sé in vent’anni di lotta e che poi si sia messa a sedere, esaurita, incapace di mantener le promesse. Dove sono le riforme che ci eravamo impegnati a fare quindici o vent’anni fa? Dove sono i risultati delle leggi che abbiamo varato in Parlamento? Dove sono le risposte al malcontento? Perché è inutile che mi si venga a dire: bisogna-sciogliere-il-Movimento-sociale. Non serve a nulla: sciolto il Movimento sociale, sorge un altro movimento fascista. Non è tagliando le foglie della gramigna che ci si libera della gramigna. La gramigna va estirpata alle radici, dopo essersi chiesti perché nasce e su quale terreno. Nasce per il malcontento, sul terreno del malcontento. Questo malcontento che noi, classe dirigente, nutriamo. E mi ci metto anch’io, sebbene io non abbia responsabilità dirette. E dico: abbiamo fatto un cattivo uso del potere. “

 

(…)

Grazie, Pertini. Grazie con tutto il cuore

 

” Grazie a lei, cosa dice? Sapesse che sollievo è per me confidarmi a chi mi capisce e non mi fa arrabbiare. Un’evasione, un sollievo che mi concedo così raramente. Perché a me non piace mettermi in vetrina. Lo sanno anche quelli della televisione che mi chiamano sempre e io non ci vado mai. E poi la TV rovina gli uomini politici: meno ci si fa vedere e meglio è. Per altri mettersi in vetrina è un onore. Ma gli onori io li trovo così fastidiosi. Infatti questa carica non l’ho cercata: me l’hanno affibbiata e la tengo per un senso di responsabilità. Fare il presidente della Camera è una tale responsabilità. È più difficile che fare il presidente della Repubblica, creda. Tenere a bada seicentotrenta deputati, uh! Vi sono giorni in cui se ne esce stremati. Come in quella seduta che durò centocinque ore e alla fine mi venne un bel collasso che mise in disperazione la Carla. Ma lei è stanca, Oriana. È stanca, poverina. Si vede. Forse vuole andarsene. Vada… Ma torni, eh? Torni a farmi visita. Io spero di non averle dato impressioni sbagliate. Soprattutto nella faccenda delle amarezze e degli scoraggiamenti. Ne ho. Quando assisto a quell’ondata di reazione mondiale, ad esempio, o quando guardo a certi paesi socialisti che non hanno libertà. Mi prende un’angoscia, un dolore… E dico ma come, se in cinquant’anni di socialismo non sono stati capaci di dare la libertà, allora che socialismo è? Il socialismo non vuol dire soltanto liberarsi dal giogo delle catene economiche, vuol dire liberarsi dal giogo di ogni catena confessionale e ideologica… Però io non dispero dell’avvenire del popolo italiano, Oriana. Perché non dispero della gioventù. Io so bene che anche la mia generazione ha avuto una classe politica che ha lasciato venire in Parlamento tanti imbecilli. Tanta gente debole, fiacca, che non ha saputo resistere al fascismo. Eppure abbiamo trovato la nostra strada. La gioventù d’oggi troverà la sua strada. È una gioventù in gamba: non si lasci spaventare dagli scervellati, dagli sciagurati che si abbandonano alla violenza materiale, che a bordo delle loro spider vanno a disturbare gli operai della Mirafiori in sciopero, e definiscono crumiri i tre o quattro che sono rimasti a bada della centrale termoelettrica. Quelli son provocatori, glielo ripeto. La gran maggioranza dei giovani, creda, sta dalla parte della libertà. E si comporterà bene. Io lo so! Lo so perché sono un uomo di fede. E un uomo di fede non deve mai disperare. Deve credere sempre nell’avvenire. ”

 

Da un’intervista di Oriana Fallaci a Sandro Pertini