Sinistra

Il termine “sinistra” non è più utilizzabile – Pablo Iglesias e Toni Negri

Scritto da: Lucia Senesi

 

La scorsa settimana Toni Negri è stato ospite a La Tuerka, il programma televisivo spagnolo condotto da Pablo Iglesias, e ha detto cose molto interessanti. Ve ne segnalo tre:

 

“I comunisti ridevano di noi socialisti e dicevano che eravamo l’appendice anarchica del Partito comunista. (…) questa cupola comunista non direi che era divenuta sempre più borghese, e nemmeno puramente burocratica. Era inerziale. Era incapace di rinnovamento. Era ideologicamente condizionata a un discorso che non riconosceva più le modificazioni del reale. (…) Il partito era bloccato proprio, se vuoi, dal suo carattere nazionalpopolare. Il partito comunista ha tentato di spostarsi verso il centro del sistema politico, e questa è stata la cosa che è precipitata immediatamente dopo al ’68.”

 

“Perché in Italia non c’è ancora Podemos o Syriza? Perché c’è questo cadavere del Partito comunista, che puzza, è lì davanti e ci blocca ogni strada.”

 

“E’ solo attraverso la testa che eguaglianza, libertà e solidarietà si mettono assieme. Non ci sono degli ordinamenti. E’ solo attraverso il cervello, la cultura, la vera egemonia. Guarda, io sono completamente d’accordo con te (con Pablo Iglesias, N.d.R.) quando si dice che il termine “sinistra” non è più utilizzabile.”



Pablo Iglesias-Toni Negri

Sul debito pubblico – Nenni e il “centro-sinistro”

Scritto da: Lucia Senesi

 

“L’idea di uno sciopero generale contro il Governo, di cui era vice-presidente (Nenni, N.d.R.), lo sconvolgeva. A Palazzo Chigi riceveva tutti i giorni delegazioni di ferrovieri, sanitari, maestri; e rispondeva a tutti per iscritto. Naturalmente capiva che le campagne dei sindacati contro il “centro-sinistro” (lui lo chiamava così) erano biecamente strumentali: ma ci stava male e i comunisti c’inzuppavano la brioche.

“Ma mandali a……., quelli della Triplice” gli dicevo io: e lui mi guardava con paterna riprovazione. “E’ vero” consentiva, “è vero che la miseria in Italia non c’è più. O almeno la povertà come l’abbiamo conosciuta noi, la vera e propria fame. E sai perché? Perché ora i vecchi hanno tutti una pensione, bene o male, e perché adesso gli abbiamo dato la sanità gratuita”. “E perché c’è la piena occupazione”, aggiungevo io. Allora perché c…. scioperano, per farci dispetto?” Effettivamente, se paragoniamo l’Italia degli ultimi anni di Nenni (i ’60 e ’70) con quella di oggi, del “centro-sinistro” di allora col “centro-sinistra” di oggi, c’è da prendersi un colpo: almeno, quanto al cosiddetto “sociale”.

Non c’era più un disoccupato; non c’era più un mendicante che chiedesse l’elemosina per strada; non c’era più una baracca alla periferia di Roma o di Milano e nemmeno di Napoli; i cassetti degli italiani straripavano di medicinali; gli ospedali e le scuole erano gratuiti; non c’era una famiglia che non avesse un paio di pensioni di vecchiaia o d’invalidità. Nel 1970, al Ministero del Tesoro, Ferrari, Aggradi, Stammati ed io piangevamo perché il debito pubblico era arrivato all’astronomica cifra di L. 25mila miliardi, non di due milioni e mezzo (come ora) di miliardi: “Con che faccia presenteremo il Bilancio?”. E Nenni mi rimbrottava strillando: “Mille miliardi della Federconsorzi! Cento cinquanta milioni al giorno d’interessi! Ladri, spiegami tu com’hanno fatto!” E ciononostante, e forse a causa di tutto ciò, ci fu il ’68, la fiera dell’idiozia.”

Venerio Cattani, Nenni: una vita per la democrazia e per il socialismo

La tenacia della formica (ai giovani) – Franco Fortini

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Perché andare a dire quel che non ci viene chiesto? Debbono essere i giovani a chiedere, a cercare chi può rispondere, a domandare sempre di più, a federarsi, a controllare; altrimenti meritano di essere lasciati affogare nella panna delle proprie spiegazioni organizzate. Debbono arrivare a sentire intollerabile la loro miseria e la loro ignoranza. Debbono chiedere aiuto. Al passato; alla storia; ai libri dei morti. Debbono morire al presente. Finché non capiranno che chiunque altrimenti li lusinga è il loro nemico, non meritano che di distrarsi a Bologna e di leggersi a vicenda le loro caritatevoli poesie di bambini cresciuti. Avranno, tutt’al più il destino dei loro genitori. Che i giovani si separino, invece. Li invito ad una dissidenza meno vistosa di quella del ’68 ma più spietata e intransigente. A una clandestinità; che nulla abbia con quella terroristica. A una segretezza; che nulla abbia della P2. Una congiura in piena luce che non perdoni nessuno e non renda facondo il disprezzo; e che, con tenacia da formica, ripensi e rifondi le ragioni di una democrazia, proponendosi un “fino in fondo” che implica la più radicale condanna, quella dell’oblio, per chi li avrà ingannati.”

Franco Fortini, Per una congiura in piena luce

 

Fortini

I professionisti della rivoluzione – Pietro Nenni

Scritto da: Lucia Senesi

 

Pietro Nenni, già nel lontano 1948, aveva intravisto le derive di una certa Sinistra:

 

“Nessun dubbio, siamo battuti. Le notizie di Brescia non sono buone, quelle di Bergamo sono pessime. Ho trasmesso all’Avanti! la nota seguente:

“Reputo opportuno un commento realistico con l’aperto riconoscimento della nostra sconfitta che ci lascia sereni nella coscienza di avere tentato di portare avanti una politica giusta. Sottolineare che abbiamo sottovalutato l’influenza di tre fattori: la chiesa, l’America, la secessione. Staremo coerentemente all’opposizione lavorando perché le cose cambino al più presto possibile.”

Mi domando: “Come mai ci è sfuggito il senso di paura al quale dobbiamo la sconfitta? Siamo dunque così staccati dal paese da non saperne più controllare i sentimenti e le opinioni?” I dati definitivi danno dodici milioni di voti alla DC, otto a noi.

Se il caso di Brescia si generalizza io sarò rovesciato e rovesciato dall’egoismo dei comunisti, dalla loro sostanziale incapacità di fare una politica unitaria che non sia esclusivamente a profitto loro e della loro organizzazione.

Intanto, nessuno sa dare una risposta alla mia domanda: come mai non abbiamo capito che una parte notevole, anche operaia, sfuggiva alla nostra influenza?

Sono inquieto davanti ai problemi di domani. Sacrificare, come io ho fatto, una posizione personale e di partito all’unità della classe operaia, per un socialista è un titolo d’onore. Ma posso io rifiutare di prendere atto che sotto bandiera, direzione o ispirazione comunista (apparente o reale poco importa) non si vince in Occidente? Possono Togliatti e gli altri dirigenti comunisti non prendere atto di questa situazione? Oppure tutto ciò è per essi senza importanza purché ci sia un forte Partito comunista, saldamente legato alle esperienze dell’Oriente e in grado di tenere finché si produca una situazione favorevole? In questo caso temo molto di vedere anche il socialismo italiano assorbito dalle correnti riformiste, opportuniste, occidentaliste. Peggio, in questo caso il Partito comunista sarebbe destinato a perdere il suo carattere di partito popolare e di massa per ridursi a un partito di professionisti della rivoluzione, una setta, un’élite. Che fare allora?”

Pietro Nenni, Diari, aprile 1948

L’estremista che insegna agli altri ad avere diritti – Pasolini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Venerdì 21 novembre alle ore 18.00, chi può vada all’incontro organizzato a Casarsa della Delizia, presso il Centro Studi Pier Paolo Pasolini. Interverrà il politologo Gianfranco Pasquino, allievo di Norberto Bobbio, per un’analisi del discorso che Pasolini scrisse per il 35.mo Congresso del Partito Radicale (novembre 1975) ma che, come sapete, non poté pronunciare perché qualcuno pensò bene di farlo assassinare prima. Vi consiglio comunque la lettura del testo:

 

“Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare – magari con un occhio a Wittgenstein – la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall’uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale.
Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un’autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani; e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità, per esempio, dei radicali.

 

Paragrafo primo

A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti.
B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano.
C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli).
D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori.
E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani.
Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi. E dato che non si tratta solo di suscitare (negli adorabili ignari) la coscienza dei propri diritti, ma anche la volontà di ottenerli, la propaganda non può non essere soprattutto pragmatica.

 

Paragrafo secondo

Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane – volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica – ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c’era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti “simpatici” di cui parlavo.
Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un “adolescente” un po’ laido nel vestire; magari anche addirittura un po’ scugnizzo: ma, nel tempo stesso, aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli , lunghi fino alle spalle, correggevano l’eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e irrazionale: un’allusione alla filosofia braminica, all’ingenua alterigia dei gurumparampara.
Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti…
Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente (“un po’ alla volta”, diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi.
Ebbene; ecco l’enormità, come l’ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole.
Attraverso il marxismo, l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande.
E’ un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano – in questa guerra civile mascherata – rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello.
Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell’invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria “puri”, in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti.
Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un “puro” anche lui, come i poveri. E questa “purezza” ad altro non era dovuta che al “radicalismo” che era in lui.

 

Paragrafo terzo

Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i “diritti civili” che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei “diritti civili” non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell’aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.

 

Paragrafo quarto

In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? E’ abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un’altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche – come dire? – razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi.

 

Paragrafo quinto

Tutti sanno che gli “sfruttatori” quando (attraverso gli “sfruttati”) producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali).
Gli “sfruttatori” della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali).
Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell’alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all’economia e alla cultura del capitalismo un’alternativa, ma, appunto, un’alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente.
In fondo il “rapporto sociale” che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell’industria: e comunque si tratta di “rapporti sociali” che si sono dimostrati ugualmente modificabili.
Ma se la seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità che si è data – producesse da ora in poi dei “rapporti sociali” immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia.
Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d’uomo: ma l’umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei “rapporti sociali” immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo), sia, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.
In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all’utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

 

Paragrafo sesto.

Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l’alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L’alterità esiste anche di per sé nell’entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l’altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E’ ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti.

 

Paragrafo settimo

I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C’è un’alterità che riguarda la maggioranza e un’alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell’aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell’alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell’aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò – e voi lo sapete benissimo – costituisce un grande pericolo. Per voi – e voi sapete benissimo come reagire – ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male.
Cosa voglio dire con questo?
Attraverso l’adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti – di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento – i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti. Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici, sic et simpliciter: in questa massa di intellettuali – attraverso i vostri successi – la vostra passione irregolare per la libertà, si è codificata, ha acquistato la certezza del conformismo, e addirittura (attraverso un “modello” imitato sempre dai giovani estremisti) del terrorismo e della demagogia.

 

Paragrafo ottavo

So che sto dicendo delle cose gravissime. D’altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto – in un momento di giusta euforia delle sinistre – quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova trahison des clercs: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita.
Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione “creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili”.
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.
Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

 

WCENTER 0VITADKBSZ -

Progresso e sviluppo – Pasolini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Abbiamo già detto che spesso, erroneamente, utilizziamo il termine moderno in luogo di contemporaneo. Dopo aver letto l’amaca di Michele Serra, ho pensato che potrebbe essere carino riscoprire anche la differenza fra progresso e sviluppo, spiegata egregiamente da Pasolini (Scritti corsari) così:

 

” Ci sono due parole che ritornano frequentemente nei nostri discorsi: anzi, sono le parole chiave dei nostri discorsi. Queste due parole sono «sviluppo» e «progresso». Sono due sinonimi? O, se non sono due sinonimi, indicano due momenti diversi di uno stesso fenomeno? Oppure indicano due fenomeni diversi che però si integrano necessariamente fra di loro? Oppure, ancora, indicano due fenomeni solo parzialmente analoghi e sincronici? Infine; indicano due fenomeni «opposti» fra di loro, che solo apparentemente coincidono e si integrano? Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto, se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana e fisica.

Vediamo: la parola «sviluppo» ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di «destra». Chi vuole infatti lo «sviluppo»? Cioè, chi lo vuole non in astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? È evidente: a volere lo «sviluppo» in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. E, poiché lo «sviluppo», in Italia, è questo sviluppo, sono per l’esattezza, nella fattispecie, gli industriali che producono beni superflui. La tecnologia (l’applicazione della scienza) ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata, e i cui caratteri sono ormai in concreto transnazionali. I consumatori di beni superflui, sono da parte loro, irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere lo «sviluppo» (questo «sviluppo»). Per essi significa promozione sociale e liberazione, con conseguente abiura dei valori culturali che avevano loro fornito i modelli di «poveri», di «lavoratori», di «risparmiatori», di «soldati», di «credenti». La «massa» è dunque per lo «sviluppo»: ma vive questa sua ideologia soltanto esistenzialmente, ed esistenzialmente è portatrice dei nuovi valori del consumo. Ciò non toglie che la sua scelta sia decisiva, trionfalistica e accanita.

Chi vuole, invece, il «progresso»? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il «progresso»: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato. Quando dico «lo vuole» lo dico in senso autentico e totale (ci può essere anche qualche «produttore» che vuole, oltre tutto, e magari sinceramente, il progresso: ma il suo caso non fa testo). Il «progresso» è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo «sviluppo» è un fatto pragmatico ed economico.

Ora è questa dissociazione che richiede una «sincronia» tra «sviluppo» e «progresso», visto che non è concepibile (a quanto pare) un vero progresso se non si creano le premesse economiche necessarie ad attuarlo.

Qual è stata la parole d’ordine di Lenin appena vinta la Rivoluzione? È stata una parola d’ordine invitante all’immediato e grandioso «sviluppo» di un paese sottosviluppato. Soviet e industria elettrica… Vinta la grande lotta di classe per il «progresso» adesso bisognava vincere una lotta, forse più grigia ma certo non meno grandiosa, per lo «sviluppo». Vorrei aggiungere però – non senza esitazione – che questa non è una condizione obbligatoria per applicare il marxismo rivoluzionario e attuare una società comunista. L’industria e l’industrializzazione totale non l’hanno inventata né Marx né Lenin: l’ha inventata la borghesia. Industrializzare un paese comunista contadino significa entrare in competitività coi paesi borghesi già industrializzati. È ciò che, nella fattispecie, ha fatto Stalin. E del resto non aveva altra scelta.

Dunque: la Destra vuole lo «sviluppo» (per la semplice ragione che lo fa); la Sinistra vuole il «progresso».

Ma nel caso che la Sinistra vinca la lotta per il potere, ecco che anch’essa vuole – per poter realmente progredire socialmente e politicamente – lo «sviluppo». Uno «sviluppo», però, la cui figura si è ormai formata e fissata nel contesto dell’industrializzazione borghese.

Tuttavia qui in Italia, il caso è storicamente diverso. Non è stata vinta nessuna rivoluzione. Qui la Sinistra che vuole il «progresso», nel caso che accetti lo «sviluppo», deve accettare proprio questo «sviluppo»: Io sviluppo dell’espansione economica e tecnologica borghese.

È questa una contraddizione? È una scelta che pone un caso di coscienza? Probabilmente sì. Ma si tratta come minimo di un problema da porsi chiaramente: cioè senza confondere mai, neanche per un solo istante, l’idea di «progresso» con la realtà di questo «sviluppo». Per quel che riguarda la base delle Sinistre (diciamo pure la base elettorale, per parlare nell’ordine dei milioni di cittadini), la situazione è questa: un lavoratore vive nella coscienza l’ideologia marxista, e di conseguenza, tra gli altri suoi valori, vive nella coscienza l’idea di «progresso»; mentre, contemporaneamente, egli vive, nell’esistenza, l’ideologia consumistica, e di conseguenza, a fortiori, i valori dello «sviluppo». Il lavoratore è dunque dissociato. Ma non è il solo ad esserlo. Anche il potere borghese classico è in questo momento completamente dissociato: per noi italiani tale potere borghese classico (cioè praticamente fascista) è la Democrazia cristiana.

A questo punto voglio però abbandonare la terminologia che io (artista!) uso un po’ a braccio e scendere a un’esemplificazione vivace. La dissociazione che spacca ormai in due il vecchio potere clerico-fascista, può essere rappresentato da due simboli opposti, e, appunto, inconciliabili: «Jesus» (nella fattispecie il Gesù del Vaticano) da una parte, e i «blue-jeans Jesus» dall’altra. Due forme di potere l’una di fronte all’altra: di qua il grande stuolo dei preti, dei soldati, dei benpensanti e dei sicari; di là gli «industriali» produttori di beni superflui e le grandi masse del consumo, laiche e, magari idiotamente, irreligiose. Tra l’«Jesus» del Vaticano e l’«Jesus» dei blue-jeans, c’è stata una lotta. Nel Vaticano – all’apparire di questo prodotto e dei suoi manifesti – si son levati alti lamenti. Alti lamenti a cui per solito seguiva l’azione della mano secolare che provvedeva a eliminare i nemici che la Chiesa magari non nominava, limitandosi appunto ai lamenti. Ma stavolta ai lamenti non è seguito niente. La longa manus è rimasta inesplicabilmente inerte. L’Italia è tappezzata di manifesti rappresentanti sederi con la scritta «chi mi ama mi segua» e rivestiti per l’appunto dei blue-jeans Jesus. Il Gesù del Vaticano ha perso.

Ora il potere democristiano clerico-fascista, si trova dilaniato tra questi due «Jesus»: la vecchia forma di potere e la nuova realtà del potere…

Beata la patria che non ha bisogno di eroi (e di semplificazioni)

Testo di: Lucia Senesi

 

Si sono dette diverse cose in questi giorni. Ieri sera guardavo Di Martedì, mi ha molto colpito l’intervento della professoressa, antropologa, Amanda Signorelli; che, intendiamoci, è sempre bello ascoltare, specie quando ricorda Durkheim: “i gruppi sociali hanno bisogno ogni tanto di una celebrazione collettiva che li renda compatti e capaci di agire”. Sparisce l’ideologia, fa notare la Signorelli, per lasciare spazio al mito. Bello, tutto molto bello. Peccato che poi la Signorelli mi cade in una di quelle semplificazioni spaventose, se mai mi sia concesso di farlo notare. Interrogata sulla differenza fra la Leopolda e la manifestazione della CGIL, dice: “Da una parte c’è il mito del successo, dall’altra il mito del lavoro. Questi due miti comportano una diversa struttura culturale.” E spiega la differenza, naturalmente ovvia, fra i comportamenti di chi insegue il successo e quelli di chi è interessato al lavoro. Insomma: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, da una il Bene e dall’altra il Male. E’ così lineare la realtà? Se fosse davvero così, oggi il Paese sarebbe in queste condizioni? Tutti questi grandiosi/e uomini e donne di sinistra si sono veramente interessati solo al lavoro durante questi anni? Sfido chiunque a dimostrarmi che è così.

Diceva Bobbio: “Cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità.”

 

norbertobobbio

 

Ma andiamo avanti. In puntata era presente anche la parlamentare del PD Anna Ascani. Partite da questo presupposto: se io dovessi scegliere fra la Signorelli e la Ascani, sceglierei la prima tutta la vita. Della seconda avevo visto soltanto un intervento nell’ultima Direzione Nazionale del PD, che non mi era piaciuto peraltro: né nei toni (e nei modi), né nei contenuti. Eppure quando si considera un atteggiamento, se si vuol conservare la propria coscienza critica, bisognerebbe sempre, nel farlo, prescindere dalla persona che lo assume. Eliminiamo le simpatie e le antipatie, e proviamo a essere oggettivi.

A un certo punto della serata, parlando di scuola, la professoressa Signorelli chiede all’Onorevole Ascani: “Mi scusi, lei sta nella scuola?” Risposta: “Io sì, ho fatto il tirocinio che serve per insegnare.” Replica: “Però la classe vera e propria davanti non ce l’ha mai avuta.” “Come no!” dice l’Ascani. E la professoressa Signorelli cosa fa? Le ride in faccia. Guardate che non è importante il merito della questione, importante è l’atteggiamento. Perché la professoressa Signorelli ride in faccia alla giovane parlamentare? Perché, è evidente, la professoressa Signorelli ha letto Durkheim, ha letto Marx, ha letto tutti filosofi tedeschi, e si sente più colta della sua interlocutrice. Dunque è convinta di essere nella posizione, non solo di non considerare quel che le viene detto, ma addirittura di non ascoltarlo proprio. La risata significa, più o meno: “senta, parliamo d’altro!” Ed è la stessa Amanda Signorelli che mezzora prima aveva indicato Renzi come il rappresentante del NON-ASCOLTO; diceva addirittura: l’ha teorizzato. Eppure lei, neanche mezzora dopo, ha fatto la stessa cosa. Ripeto, non è un giudizio sulla sua persona, è l’analisi di un atteggiamento. E che atteggiamento è questo? Non quello della professoressa Signorelli in sé, ma quello della sinistra radicale, che si sente in perenne posizione di superiorità, e dunque può dire ciò che va bene e ciò che non va, ciò che è giusto e ciò che non lo è, quello che si dovrebbe fare e quello che non si dovrebbe fare. E, questo è importante: quello che non possono fare, chi? Gli altri. A loro, naturalmente, tutto è concesso. Dimostrano una brillante capacità critica, quando si tratta di analizzare i comportamenti altrui; peccato che sparisca senza lasciare traccia come arriva l’ora del confronto, e tu chiedi loro: sì, ma voi?

La cultura, vedete, ha senso finché significa condivisione, ma la verità è che in tutti questi anni non si è fatto altro che allontanare da essa le persone, imponendo loro una servitù psicologica praticamente su tutto: poiché io sono più intelligente di te, la tua opinione deve assoggettarsi alla mia. Da qui, se ci pensate, la crescente, smisurata importanza, data ai libri di critica, che sono oramai più attesi di quelli di narrativa. Lo diceva anche Calvino: “La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.”

Il culto della personalità nasce così: io che ho studiato nelle migliori università, io che scrivo per questi giornali, io che ho fatto questo e quest’altro, adesso ti spiego come funziona il mondo. Io-io-io.

Oggi le persone sono stanche, e mi verrebbe da dire: era l’ora. Dicono: certo, molto bello Marx, ma che avete fatto voi con Marx? Niente.

Niente. Guardate che ascoltare Corrado Augias, a fine puntata, parlare di Leopardi, e sentirlo sottolineare n-i-e-n-t-e , è stato inquietante. Oggi in tanti, più o meno giovani, sono stufi di quel niente; sicché si gettano disperati in un altro niente, se possibile ancora più profondo. Eppure nessuno se ne preoccupa, perché a tutti interessa soltanto il proprio popolo, la propria parte. “Il mio popolo!”, dicono, come se di popoli ne esistessero chissà quanti. La verità è che il popolo è solo uno e che non è di nessuno fuorché di se stesso. Questo popolo non ce la fa più e non è più disposto a farsi dare lezioni, perché chi vorrebbe impartirgliele ha perso qualunque credibilità. La sinistra radicale critica (giustamente o no) Renzi, il popolo risponde: bene, che offrite voi? Sempre la stessa minestra? No, grazie. Non siamo interessati, dice il popolo.

Quindi la sinistra radicale è a un bivio: continuare a dire che il popolo è così perché non legge Marx, perché è figlio dei patriarchi e anche perché non riesce a capire il profondo debito storico che ha nei confronti della sinistra (che poi, quale sarebbe?); oppure può iniziare a chiedere scusa, e anche a cambiare atteggiamento.

Concludo dicendo che a me Susanna Camusso, come persona, piace. La trovo vera, molto più vera di tanti sedicenti leader “di sinistra”, verso cui provo una fisiologica avversione. Ma non sarà che anche ai sindacati un po’ di sguardo autocritico non guasterebbe?

Diceva ancora Bobbio (con cui ho aperto e dunque chiudo): “Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli”. (No, non c’è mai stato il comunismo giusto, l’Unità, 3 aprile 1998)

La Nausea, di chi? – Jean-Paul Sartre

Testo di: Lucia Senesi

 

Scrive Stuart Jeffries (The Guardian): “In quest’epoca in cui tutti bisogna essere premiati, in cui ogni autore vincente sa ciò che è necessario fare nella prova-di-fotografia post-vittoria (Giacca con libro premuto sul petto? Fatto. Faccia a faccia coi media? Fatto. Logo dello sponsor sul fondo? Fatto.) e in cui quasi nessuno ha le couilles (palle, N.d.R.), come si dice in Francia, per dire educatamente ai giudici dove possono mettersi il loro premio, che bello ricordare ciò che è accaduto il 22 ottobre 1964, quando Jean-Paul Sartre rifiutò il premio Nobel per la letteratura.

 

jean-paul-sartre

 

Un bellissimo articolo, non fosse che Jeffries, a un certo punto, mi scrive che Sartre era socialista. “I suoi impegni di una vita a favore del socialismo, dell’anti-fascismo e dell’anti-imperialismo ancora risuonano.” Vero, per carità. Tutti e tre, vero. Tuttavia, sempre per onor del vero, bisognerà aggiungere una specifica alla voce “socialismo”. Soprattutto perché a me ha fatto molto sorridere l’utilizzo di questa frase per introdurre La nausea.

Vi ricordate quando vi ho parlato di Pasolini e della sua critica alla Sinistra? Vi ricordate che nelle motivazioni della sua espulsione dal PCI c’era scritto che, secondo il Partito Comunista, quelle di Sartre erano “deleterie influenze”? Vi ricordate, ancora, quando parlai del suo testo teatrale Le mani sporche, e dissi che il Partito Comunista Francese fece diverse pressioni a Sartre tanto da indurlo a ritirare l’opera dalla scena? Vi ricordate quanto Sartre piacesse a due “pazzi”, “fascisti”, come li chiamerebbe qualcuno/a, come la Fallaci e Panagulis?

Allora facciamo un po’ d’ordine. Cos’hanno in comune tutti questi personaggi? Sartre, Pasolini, Fallaci, Panagulis? A parte la scomunica della Sinistra radicale, sempre quella dura e pura (si fa per dire), intendo. Come mai sono tutti autori mossi da ideali “di Sinistra” ma che, con il tempo, finisce che della Sinistra non ne vogliono più sapere?

“Siete una nuova specie di qualunquisti” dice Pasolini. E ancora: “ Penso dei comunisti da salotto quel che penso del salotto. Merda.”

Panagulis: “Allora senti quest’altra perché quest’altra è più importante, parla della destra e della sinistra, degli intellettuali di merda che con la loro falsa sinistra mi hanno proprio rotto i coglioni.”

Fallaci: “La disobbedienza civile è una cosa seria.” E specifica: “Dei cretini con i capelli lunghi che fanno finta di fare le barricate senza sapere perché.”

E ora veniamo a Sartre. E alla sua critica al socialismo e, in particolare, a coloro che chiama umanitari; dove vede, molto chiaramente, proprio quella nuova specie di qualunquisti di cui parla anche Pasolini.

A voi il testo da La nausea, a me il contesto: Antoine Roquentin è un ricercatore, che si ritrova a discutere con un giovanotto socialista, che chiama Autodidatta, della vita e degli uomini.

 

“ L’Autodidatta si è fatto serio, fa sforzi per comprendermi.

– Senza dubbio lei vuol dire, signore, che la vita è senza scopo? Non è ciò che si chiama pessimismo?

Riflette ancora un istante, poi dice con dolcezza:

– Qualche anno fa ho letto un libro d’un autore americano, che s’intitolava: La vita, val la pena d’essere vissuta? E’ questa la questione che lei si pone, non è vero?

Evidentemente no, non è questa la questione ch’io mi pongo, ma non voglio spiegare niente.

(…) – C’è uno scopo, signore, c’è uno scopo… ci sono gli uomini.

E’ giusto: dimenticavo ch’è un umanitario. Ho frequentato in altri tempi alcuni umanitari parigini, cento volte li ho intesi dire “ci sono gli uomini” (…) dando al “ci sono” una sorta di potenza sinistra, come se il suo amore per gli uomini, perpetuamente nuovo e sbalorditivo, s’inceppasse nelle proprie ali gigantesche.

(…) – (gli uomini, N.d.R.) Li vedo, se osassi gli sorriderei, penso che io sono socialista, e che essi sono tutto lo scopo della mia vita, dei miei sforzi, e che non lo sanno ancora. E’ una festa, per me, signore.

M’interroga con gli occhi; approvo scuotendo il capo ma sento ch’è un po’ deluso, che vorrebbe più entusiasmo. Che posso farci? E’ colpa mia se in tutto quello che mi dice riconosco subito l’imparaticcio, la citazione? Se, mentre lui parla, vedo riapparirmi tutti gli umanitari che ho conosciuto? Ahimè, ne ho conosciuti tanti!

L’umanitario radicale è in modo particolarissimo l’amico dei funzionari. L’umanitario cosiddetto “di sinistra” ha, come sua cura principale, di salvaguardare i valori umani; non appartiene ad alcun partito, poiché non vuol tradire l’umano ma le sue simpatie sono per gli umili; agli umili consacra la sua bella cultura classica. (…)

Lo scrittore comunista ama gli uomini dal secondo piano quinquennale; castiga perché ama. Pudico, come tutti i forti, sa nascondere i suoi sentimenti, ma sa anche, con uno sguardo, un’inflessione di voce, far presentire, dietro le sue rudi parole giustiziere, la sua passione aspra e dolce per i suoi fratelli. L’umanitario cattolico, l’ultimo arrivato, il beniamino, parla degli uomini con un’aria meravigliosa. (…)

Queste sono le parti principali. Ma ve n’è altre, moltissime altre: il filosofo umanitario che si china sui fratelli (…); l’umanitario che ama gli uomini così come sono, quello che li ama come dovrebbero essere, quello che vuol salvarli col loro consenso e quello che li salverà a malgrado di loro, quello che vuol creare nuovi miti e quello che si contenta dei vecchi (…).

Tutti costoro si odiano tra loro: in quanto individui, naturalmente – non tanto come uomini. Ma l’Autodidatta lo ignora: li ha racchiusi in sé come gatti in un sacco di cuoio e loro si sbranano a vicenda senza ch’egli se ne accorga.

– Lo so, lei ha le sue ricerche, i suoi libri, ma a modo suo serve la stessa causa.

I miei libri, le mie ricerche, imbecille! Non poteva fare una topica più grossa.

– Non è per questo che scrivo.

Di colpo il viso dell’Autodidatta si trasforma: si direbbe che ha fiutato il nemico, non gli avevo mai visto quest’espressione.

– Sarebbe forse un misantropo?

Lo so che cosa dissimula questo ingannevole sforzo di conciliazione. In fondo, mi chiede così poco: semplicemente d’accettare un’etichetta. (…)

Io non sono umanitario, ecco tutto.

– A me pare, – dico all’Autodidatta – che gli uomini non si possa né odiarli né amarli.

– Bisogna amarli, bisogna amarli….

Chi, bisogna amare? Questa gente che sta qui?

(…) Mi sento molto a disagio: mi sono arrabbiato, è vero, ma non contro di lui, contro i Virgan e gli altri, tutti quelli che hanno avvelenato questo povero cervello.

 

Ecco, oggi ti dicono: scegli! Da una parte il populismo, e dall’altra il qualunquismo. Grazie, io continuerò a scegliere Sartre. E Pasolini, e la Fallaci, e Panagulis, e tutti quelli che hanno il coraggio di dire la verità.

Quando Pasolini diceva: Smettetela di pensare ai vostri diritti, smettetela di chiedere il potere.

Testo: Lucia Senesi

 

 

Esiste un Pasolini fortemente critico nei confronti dei giovani, del Sessantotto, del femminismo, dei cosiddetti “anticonformisti”, che la Sinistra si guarda sempre bene dal ricordare. Anzi, diciamolo meglio: che si occupa sempre bene di censurare.

Non censuriamolo noi.

C’è un articolo di Libération, vedete un po’ bisogna tornare indietro nel lontano 2002, che narra proprio di questo Pasolini e, addirittura, il giornalista lo annovera fra i primi intellettuali davvero reazionari, di quelli che dichiarano di stare a Sinistra ma poi, di fatto, sostengono anche battaglie che con la Sinistra non hanno nulla a che fare.

In realtà, come ha ben spiegato la Fallaci, i veri intellettuali sono liberi e rifiutano di accettare acriticamente un dogma solo perché dietro c’è una certa ideologia che cerca di imporglielo. Per questo chi strumentalizza un intellettuale, in un senso o nell’altro, è un disonesto prima ancora che un ignorante (nel senso che ignora, che non conosce). C’è da aggiungere che Pasolini è anche un autore abbastanza complesso, che raramente viene letto e studiato in toto, quindi ancora più facilmente censurabile. Ma, come abbiamo detto, non censuriamolo noi!

C’è da ricordare, prima di tutto, la sua espulsione dal PCI con la seguente motivazione:

 

“La federazione del Pci di Pordenone ha deliberato in data 26 ottobre l’espulsione dal partito del Dott. Pier Paolo Pasolini di Casarsa per indegnità morale. Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese”.

 

Avete capito? Le deleterie influenze dei Gide e dei Sartre, che raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione boghese, che si vogliono atteggiare a progressisti! Intendendo dire con questo che i veri progressisti sarebbero loro. Questa è la Sinistra italiana. E oggi, i figli ideologici di questi signori (che se fossero vissuti al tempo avrebbero detto queste stesse identiche cose), quando parlano di Pasolini lo fanno, naturalmente, come se facesse parte del loro patrimonio, ovvero del tanto decantato “patrimonio della Sinistra”.

 

PasoliniPCI

 

Ma partiamo dalla sua opinione sui diritti, che potete trovare qui per esteso, o in Lettere Luterane:

“Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. (…) Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.”

 

Sui giovani, invece, scriveva così (Scritti corsari):

“Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali. Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili.”

E sulle giovani (Lettere luterane):

“La falsa tolleranza ha reso significative, in mezzo alla massa dei maschi, anche le ragazze. Esse sono in genere, personalmente, migliori: vivono infatti un momento di tensione, di liberazione, di conquista (anche se in modo illusorio). Ma nel quadro generale la loro funzione finisce con l’essere regressiva. Una libertà “regalata”, infatti, non può vincere in esse, naturalmente, le secolari abitudini alla codificazione.”

 

E rivolgendosi agli uomini di Sinistra, riguardo le stragi di Milano e di Brescia (Scritti corsari), precisa:

“Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla:

1) perché parlare di « Strage di Stato » non divenisse un luogo comune, e tutto si fermasse lì;

2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza.”

 

Avete capito cosa dice Pasolini alla Sinistra? Questo è davvero significativo: l’unica cosa che siamo in grado di fare è condannare per metterci a posto la coscienza. E un discorso molto simile lo fa ne “La divina Mimesis”, quando scrive:

“Odiamo il conformismo degli altri perché è questo che ci trattiene dall’interessarci al nostro.”

 

E ancora nella poesia “Il PCI ai giovani”, critica fortemente le manifestazioni degli studenti borghesi (esattamente come farà la Fallaci):

 

“Mi dispiace. La polemica contro

il Pci andava fatta nella prima metà

del decennio passato. Siete in ritardo, cari.

Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:

peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi 
quelli delle televisioni)

vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio

delle Università) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.

Vi odio come odio i vostri papà.

Buona razza non mente.

Avete lo stesso occhio cattivo.

Siete pavidi, incerti, disperati 


(benissimo!) ma sapete anche come essere


prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:

prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte 
coi poliziotti,

io simpatizzavo coi poliziotti.

Perché i poliziotti sono figli di poveri.”

 

E continua:

“Questo, cari figli, sapete.

E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:

la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia


prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione

al potere.

 

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre

sulla presa di potere.

Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,

nei vostri pallori snobismi disperati,

nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,

nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo

(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia

infima, o da qualche famiglia operaia

questi difetti hanno qualche nobiltà:

conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)

Riformisti!

Reificatori!

Occupate le università 
ma dite che la stessa idea venga

a dei giovani operai.

 

E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde

avranno tanta sollecitudine 
nel cercar di comprendere i loro problemi?

(…)

Smettetela di pensare ai vostri diritti,

smettetela di chiedere il potere.

 

(…)i vostri adulatori (anche Comunisti)

non vi dicono la banale verità: che siete una nuova

specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,

come i vostri padri, ancora, cari!

Ecco, 
gli Americani, vostri odorabili coetanei,

coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,

loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!

Se lo inventano giorno per giorno!

Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:

potreste ignorarlo?

Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione 
del Times e del Tempo).

Lo ignorate andando, con moralismo provinciale, 
“più a sinistra”.

 

(…) Così parlando,

chiedete tutto a parole,

mentre, coi fatti, chiedete solo ciò

a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):

una serie di improrogabili riforme

l’applicazione di nuovi metodi pedagogici

e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!

Che la buona stella della borghesia vi assista!

 

Ecco, magari, prima di citare Pasolini a caso, leggiamolo. E magari invece di giocare a “questo è mio”, proviamo a prendere in considerazione le sue riflessioni. Tutte, non solo quelle che ci fanno comodo.

Destra e Sinistra – Oriana Fallaci

Scritto da: Lucia Senesi

 

(…) Infine il leader del Partito di Rifondazione Comunista dichiarò: «Dare l’Ambrogino alla Fallaci è come dare il Premio Nobel della Pace a George W. Bush».

Detto questo, onde rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, devo chiarire qualcosa che certo dispiacerà ad alcuni o alla maggioranza di voi. Ecco qua. Io non sono un Conservatore. Non simpatizzo con la Destra più di quanto non simpatizzi con la Sinistra. Sebbene rifiuti ogni classificazione politica, mi considero una rivoluzionaria. Perché la Rivoluzione non significa necessariamente la Presa della Bastiglia o del Palais d’Hiver. E certamente per me non significa i capestri, le ghigliottine, i plotoni di esecuzione, il sangue nelle strade. Per me la Rivoluzione significa dire «No». Significa lottare per quel «No». Attraverso quel «No», cambiare le cose.

E di sicuro io dico molti «No». Li ho sempre detti. Di sicuro vi sono molte cose che vorrei cambiare. Cioè non mantenere, non conservare. Una è l’uso e l’abuso della libertà non vista come Libertà ma come licenza, capriccio, vizio. Egoismo, arroganza, irresponsabilità. Un’altra è l’uso e l’abuso della democrazia non vista come il matrimonio giuridico dell’Uguaglianza e della Libertà ma come rozzo e demagogico egualitarismo, insensato diniego del merito, tirannia della maggioranza. (Di nuovo, Alexis de Tocqueville…). Un’altra ancora, la mancanza di autodisciplina, della disciplina senza la quale qualsiasi matrimonio dell’uguaglianza con la libertà si sfascia. Un’altra ancora, il cinico sfruttamento delle parole Fratellanza-Giustizia-Progresso. Un’altra ancora, la nescienza di onore e il tripudio di pusillanimità in cui viviamo ed educhiamo i nostri figli. Tutte miserie che caratterizzano la Destra quanto la Sinistra.

Cari miei: se coi suoi spocchiosi tradimenti e le sue smargiassate alla squadrista e i suoi snobismi alla Muscadin e le sue borie alla Nouvel Riche la Sinistra ha disonorato e disonora le grandi battaglie che combatté nel Passato, con le sue nullità e le sue ambiguità e le sue incapacità la Destra non onora certo il ruolo che si vanta di avere. Ergo, i termini Destra e Sinistra sono per me due viete e antiquate espressioni alle quali ricorro solo per abitudine o convenienza verbale. E, come dico ne La Forza della Ragione, in entrambe vedo solo due squadre di calcio che si distinguono per il colore delle magliette indossate dai loro giocatori ma che in sostanza giocano lo stesso gioco. Il gioco di arraffare la palla del Potere. E non il Potere di cui v’è bisogno per governare: il Potere che serve sé stesso. Che esaurisce sé stesso in sé stesso.

(…) Di conseguenza, non posso essere associata né con la Destra né con la Sinistra. Non posso essere arruolata né dalla Destra né dalla Sinistra. Non posso essere strumentalizzata né della Destra né della Sinistra. (E guai a chi ci prova). E sono profondamente irritata con entrambe. Qualunque sia la loro locazione e nazionalità. “

Oriana Fallaci, dal discorso pubblicato nel 2005, dopo essere stata insignita del Annie Taylor Award

 

OrianaAnnieTaylor

Intellettuali di sinistra che “Spaventiamo le persone perché siamo troppo colti!” Ma per piacere. Per carità.

Testo di: Lucia Senesi

A criticare la Destra ci pensa la Sinistra. A criticare l’impura sinistra renziana ci pensa sempre la dura e pura (si fa per dire) Sinistra. Ma a criticare la Sinistra chi ci pensa? Nessuno, che discorsi! La Sinistra è perfetta, loro sono i Buoni.

 

GaucheCaviar

 

“Spaventiamo le persone perché siamo troppo colti!” dicono questi intellettuali. Ma per piacere. Per carità.

A parte il fatto che chi è davvero troppo colto, o facciamo anche solo colto, non ha certo bisogno di sottolinearlo; chi è sicuro di se stesso non ha nulla da dimostrare e, meno ancora, da dichiarare e, per dirla come Leopardi, quasi tutti gli uomini grandi sono modesti: poiché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell’idea del perfetto che hanno dinanzi allo spirito, infinitamente più chiara e maggiore di quella che ha il volgo e considerano quanto sieno lontani dal perseguirla (Pensieri – LXIV).

Loro spaventano le persone! Vi giuro che io ogni volta che li ascolto resto esterrefatta. Ma le persone, bisognerebbe spiegarglielo, neanche li considerano minimamente (!), poiché hanno perso, illo tempore per dirla nel modo troppo colto a loro tanto caro, qualunque credibilità. La gente, in quelle rare volte che spende un sentimento nei loro confronti che non sia d’indifferenza, semplicemente non li sopporta.

E, forse non l’hanno ben capito, quello che la gente non sopporta non ha nulla a che vedere con il loro essere troppo colti ma, in caso, con il loro essere troppo snob, anche e troppe volte in mancanza di una qualunque sostanza, dei famosi contenuti che a loro piace tanto sbandierare. Ma chi ha contenuti non ha bisogno di sbandierare proprio nulla. Leopardi docet.

Quello che la gente non sopporta è semplicemente la Sinistra; la Sinistra che strumentalizza tutto, che manipola tutto a proprio piacimento, che si inventa potestà sugli argomenti più disparati, anche quando farlo significa bestemmiare contro la Storia e il buon senso; la Sinistra a cui nessuno deve permettersi di dire nulla, di far notare nulla. Questi esseri soprannaturali che pretenderebbero sempre di spiegarti come devi vivere, come devi pensare, cos’è il Giusto, cosa l’ingiusto (questo è facilissimo, poiché il Giusto sono loro). E poi ci sono le loro grandissime incoerenze, le loro storiche ipocrisie, la loro saccenza insopportabile. Criticano le prepotenze di Renzi e sono la prepotenza fatta persona: questo è nostro e di questo non vi potete occupare, dicono, questo lo abbiamo inventato noi, questo è un “furto”, e per questo dovete chiedere la nostra “autorizzazione”. E ti fanno la loro lezioncina di storia, così come l’hanno imparata, che è inutile mettersi lì a far notare che non è affatto come la raccontano loro, che ci sono almeno secoli e secoli di particolari che sono stati tralasciati. Non importa, dicono, scuotendo la testa. Poiché nessuno ha chiesto il tuo parere, tu non sei un illuminato come loro, con loro non puoi permetterti alcun dialogo. Loro ti indottrinano e tu devi asserire. Chiuso. Perché? Perché se sei in disaccordo e la loro kermesse di argomentazioni preconfezionate è terminata, la conclusione è sempre la stessa: sei un fascista.

In luogo di fascista, naturalmente, intendono uomo libero; eppure non lo sanno. Fascisti per loro erano la Fallaci, Pasolini e Calvino (quest’ultimi espulsi dal PCI!), fascista per loro era Sartre. Non so se avete capito… non c’è neanche bisogno di essere bravi a matematica per fare due conti.

A loro basta rispolverare la storiellina che sei schiavo del sistema, che, scemo come sei, subisci passivamente l’influenza delle pubblicità americane, che tutto quello che fai è per un secondo fine (questo lo danno addirittura per scontato, del resto loro fanno così da quando sono nati), che il sistema ha fatto di te il più banale stereotipo. Mentre loro! Il Giusto e il Bene! Loro sì, che sono liberi! Da questo le loro eterne contraddizioni, perché, appunto come scrive la Fallaci, per voler fare i coerenti diventano incoerenti anzi disonesti. Già negli anni settanta, Pasolini ha ben spiegato come tutti, se vogliamo attenerci alla verità, siamo schiavi del sistema. Tutti, lui incluso. “Devo essere un consumista per forza anch’io” dice Pasolini a Biagi “mi devo vestire, devo vivere, non soltanto, devo scrivere, devo fare dei film; quindi devo avere degli editori, devo avere dei produttori.” Ma, naturalmente, l’onestà intellettuale di Pasolini è qualcosa che è sparita insieme agli uomini fatti a quella maniera. Oggi c’è solo un collettivo di intellettualoidi, che sale in cattedra e imposta con te un rapporto da superiore a inferiore. Si relazionano con te come se fossi un incapace di intendere e di volere, e non capiscono come mai ti arrabbi; ti trattano come un imbecille e si domandano perché non dici loro “grazie”! E, in fondo a tutto, uno dei loro evergreen: il vittimismo. Il vittimismo da affiancare alla loro eterna teologia del lamento: tu dici queste cose perché li odi. Ma vi rendete conto? Io sono in imbarazzo persino a commentare. Avete mai notato come fanno i bambini? Mamma posso fare questo? Risposta: no. Ecco, tu mi odi! Anche questo genere di purezza, capite bene, sconfina nella disonestà.

E allora “Spaventiamo la gente perché siamo troppo colti!” Che imbarazzo. Non si rendono neanche conto di essere inascoltabili. Eh certo perché la gente, cioè gli altri, quelli che non sono loro, sono tutti dei poveri scemi.

Fingono di fare autocritica e non la finiscono mai di alimentare il proprio ego. L’unico spirito critico che li contraddistingue, e in quello sono bravissimi, è rivolto sempre e da sempre verso l’esterno, verso gli altri. Però, nel frattempo, portano avanti questa facciata d’autocritica, questa glorificazione personale mascherata da atto d’umiltà. E’ colpa nostra, dicono, perché siamo troppo colti, troppo raffinati, troppo perbene per piacere a questa massa informe. E’ colpa nostra perché veniamo da famiglie troppo rispettabili, perché abbiamo dei passati perfetti, perché siamo tanto sensibili noi, tanto attenti ai deboli noi, tanto buoni!

Però, purtroppo, non tutti possono essere come loro; sfortunatamente esistono anche gli altri, i poveri scemi. E sfortunatamente loro necessitano dei voti dei poveri scemi. Che fare dunque? Bisogna far finta di essere meno perfetti, meno noi. Non bisogna fare discorsi da salotto, dicono senza rendersi conto che quello che hanno appena fatto è esattamente un discorso da salotto. Bisogna scendere ai livelli dei poveracci, parlare come loro, provare a instaurare un’empatia. Tanto è solo per finta. Si sa che noi, alla fine, siamo i migliori. Noi-noi-noi. Un egoismo patologico, direbbe Philip Roth.

E intanto che ragionano così, quel che sfugge a questi intellettuali è che fin quando porteranno avanti questa politica del noi che siamo Noi e voi che siete i poveri scemi, che purtroppo in loro è fisiologica dunque dubito che riusciranno mai a liberarsene tanto che neanche si accorgono di possederla, potranno tranquillamente risparmiarsi tutta la dietrologia sul linguaggio, poiché i poveri scemi, in un modo in cui il linguaggio c’entra molto meno di quanto questi intellettuali possano immaginare, il proprio voto non glielo daranno mai. E faranno anche molto bene.

 

“Gli intellettuali americani, capisci. Magari son pieni di contraddizioni; incontri un allievo di Morris che ha dato la laurea sulla poesia del Petrarca, discute di semeiotica e poi incontri due studentesse che ignoran perfino Apollinaire o Rimbaud. Quali sono i poeti che preferisce, ti chiedono. Rimbaud, rispondi, Apollinaire, Machado, Kavafis. Ti guardano cieche. Che Kavafis non lo conoscano, passi. Per Machado è già grave, per Apollinaire è assurdo, per Rimbaud addirittura scandaloso. Però hanno un tale rispetto per la cultura! Un rispetto pieno di timore, umiltà: è una gran dote. Considera gli italiani: sono sempre padroni del sapere, anche quando sono ignoranti. Non c’è mai un attimo di timidezza, negli italiani, verso il sapere. Un tipo come Umberto Eco, ad esempio. Conosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l’aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot. Un americano erudito come Umberto Eco è un uomo umile, invece, non si considera mai padrone della sua sapienza, è quasi spaventato dalla sua cultura. Ciò è giusto, mi piace…”.

Da un intervista di Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini