socialismo

Lo scrittore e il dubbio – Friedrich Engels

Scritto da: Lucia Senesi

 

Quando Engels, DICO ENGELS!, sosteneva che uno scrittore non dovrebbe “neppure prendere ostensibilmente partito.”

 

Londra, 26 Novembre 1885

Cara signora Kautsky,

[…] ho appena finito di leggere Die Alten und due Neuen del quale La ringrazio di cuore. Le descrizioni della vita degli operai delle miniere di salgemma sono magistrali al pari di quelle dei contadini dello Stefan. Anche quelle della vita della società viennese sono in gran parte assai belle. […] In entrambi questi campi io ritrovo la solita acuta individualizzazione dei caratteri; ciascuno è un tipo, ma è anche, ad un tempo, un individuo perfettamente determinato, un “costui”, per dirla con l’espressione del vecchio Hegel, e così deve anche essere. Ma pure per amore di imparzialità, sono costretto a fare dei rilievi e perciò vengo ad Arnold. E’ un ragazzo troppo, troppo perfetto e quando, alla fine, perisce durante un franamento, questo fatto si può fare andar d’accordo con la giustizia poetica solamente dicendo che era troppo buono per questo mondo. Ma è sempre un male che un poeta spasimi per il suo eroe, e a me pare che in certa misura Lei sia incorsa in questo errore. In Elsa c’è ancora una certa individualizzazione seppure è già idealizzata, ma in Arnold la persona svanisce ancora maggiormente nell’idea.

Da dove sia sorta questa deficienza, si avverte dallo stesso romanzo. Lei sentiva evidente il bisogno di prendere in questo libro apertamente partito, di offrire a tutti testimonianza della sua fede. Ora questo è avvenuto, è cosa che Lei si è ormai lasciata alle spalle e che non occorre più ripetere in questa forma. Io non sono assolutamente avversario della poesia di tendenza; non meno lo furono Dante e Cervantes e la cosa migliore in Kabale und Lieben [Amore e raggiro] di Shiller è che esso rappresenta il primo dramma politico tedesco di tendenza. I russi e i norvegesi moderni, che ci danno romanzi eccellenti, sono tutti poeti di tendenza. Ma secondo me la tendenza deve sorgere dalla situazione e dalla azione stessa senza che vi si faccia esplicitamente riferimento, e il poeta non deve dare al lettore già bella e pronta la futura soluzione dei conflitti sociali che descrive. […] Il romanzo socialista, secondo il mio parere, adempie compiutamente il suo compito quando, mediante una fedele descrizione delle condizioni reali, infrange le illusioni convenzionali dominanti, scuote l’ottimismo del mondo borghese, rende inevitabile il dubbio sull’eterna validità di ciò che in atto sussiste, senza neppure direttamente fornire una soluzione, anzi in certi casi, senza neppure prendere ostensibilmente partito.

Con cordiale amicizia e sincera ammirazione

Suo

F.Engels”

E in una lettera dell’aprile del 1888 a Margaret Harkness specifica: “Quanto più nascoste rimangono le opinioni dell’autore tanto meglio è per l’opera d’arte.

Friedrich_Engels

Socialismo e cultura – Antonio Gramsci

Scritto da: Lucia Senesi

 

Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà cesellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno.
Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore, così ben fustigato a sangue da Romain Rolland […]. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto […].”
Antonio Gramsci, Socialismo e cultura

Sul debito pubblico – Nenni e il “centro-sinistro”

Scritto da: Lucia Senesi

 

“L’idea di uno sciopero generale contro il Governo, di cui era vice-presidente (Nenni, N.d.R.), lo sconvolgeva. A Palazzo Chigi riceveva tutti i giorni delegazioni di ferrovieri, sanitari, maestri; e rispondeva a tutti per iscritto. Naturalmente capiva che le campagne dei sindacati contro il “centro-sinistro” (lui lo chiamava così) erano biecamente strumentali: ma ci stava male e i comunisti c’inzuppavano la brioche.

“Ma mandali a……., quelli della Triplice” gli dicevo io: e lui mi guardava con paterna riprovazione. “E’ vero” consentiva, “è vero che la miseria in Italia non c’è più. O almeno la povertà come l’abbiamo conosciuta noi, la vera e propria fame. E sai perché? Perché ora i vecchi hanno tutti una pensione, bene o male, e perché adesso gli abbiamo dato la sanità gratuita”. “E perché c’è la piena occupazione”, aggiungevo io. Allora perché c…. scioperano, per farci dispetto?” Effettivamente, se paragoniamo l’Italia degli ultimi anni di Nenni (i ’60 e ’70) con quella di oggi, del “centro-sinistro” di allora col “centro-sinistra” di oggi, c’è da prendersi un colpo: almeno, quanto al cosiddetto “sociale”.

Non c’era più un disoccupato; non c’era più un mendicante che chiedesse l’elemosina per strada; non c’era più una baracca alla periferia di Roma o di Milano e nemmeno di Napoli; i cassetti degli italiani straripavano di medicinali; gli ospedali e le scuole erano gratuiti; non c’era una famiglia che non avesse un paio di pensioni di vecchiaia o d’invalidità. Nel 1970, al Ministero del Tesoro, Ferrari, Aggradi, Stammati ed io piangevamo perché il debito pubblico era arrivato all’astronomica cifra di L. 25mila miliardi, non di due milioni e mezzo (come ora) di miliardi: “Con che faccia presenteremo il Bilancio?”. E Nenni mi rimbrottava strillando: “Mille miliardi della Federconsorzi! Cento cinquanta milioni al giorno d’interessi! Ladri, spiegami tu com’hanno fatto!” E ciononostante, e forse a causa di tutto ciò, ci fu il ’68, la fiera dell’idiozia.”

Venerio Cattani, Nenni: una vita per la democrazia e per il socialismo

La tenacia della formica (ai giovani) – Franco Fortini

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Perché andare a dire quel che non ci viene chiesto? Debbono essere i giovani a chiedere, a cercare chi può rispondere, a domandare sempre di più, a federarsi, a controllare; altrimenti meritano di essere lasciati affogare nella panna delle proprie spiegazioni organizzate. Debbono arrivare a sentire intollerabile la loro miseria e la loro ignoranza. Debbono chiedere aiuto. Al passato; alla storia; ai libri dei morti. Debbono morire al presente. Finché non capiranno che chiunque altrimenti li lusinga è il loro nemico, non meritano che di distrarsi a Bologna e di leggersi a vicenda le loro caritatevoli poesie di bambini cresciuti. Avranno, tutt’al più il destino dei loro genitori. Che i giovani si separino, invece. Li invito ad una dissidenza meno vistosa di quella del ’68 ma più spietata e intransigente. A una clandestinità; che nulla abbia con quella terroristica. A una segretezza; che nulla abbia della P2. Una congiura in piena luce che non perdoni nessuno e non renda facondo il disprezzo; e che, con tenacia da formica, ripensi e rifondi le ragioni di una democrazia, proponendosi un “fino in fondo” che implica la più radicale condanna, quella dell’oblio, per chi li avrà ingannati.”

Franco Fortini, Per una congiura in piena luce

 

Fortini

“La virtù del fare” – Pietro Nenni

Post di: Lucia Senesi

 

Che, a quanto pare, non è un’eredità socialista.

Scriveva Oriana Fallaci: “Splendidi fino a quando combattono, i comunisti diventano insopportabili dopo che hanno vinto.”

 

PietroNenni-Diari4