Terrence Malick

Ryan Gosling is the new Alain Delon

Scritto da: Lucia Senesi

 

Alain Delon:Ryan Gosling

Michelangelo Antonioni, L’eclisse   v/s   Terrence Malick, Song to song

 

I want to say something about Ryan Gosling and why he’s such a great actor. After seeing Song to song I understand it completely. Here is the fact with Ryan Gosling, his acting is based on what he decides not to do. Consider this: Blue Valentine, on the bridge. Michelle Williams says she’s pregnant. “Is it mine?” he asks. The answer: “I don’t know”. “You don’t know?” In that situation, actors could scream or get crazy, but not Ryan Gosling. He has his own reactions: anger, disappointment, fragility, love, everything at a glance. Ryan Gosling is never under or over the line, but in his elegant, personal dimension. You can understand the power of his “calm” acting only later, years later, when you think about a certain film and you reconnect it to him, because you remember him more than the rest.

Again: Song to song, kitchen. Rooney Mara says she had sex with another man. “How many times?” he asks, again his own reaction: frustration, impotence, desire, everything in small amounts, small movements, and his expressions. Ryan Gosling’s acting is all in his face and in his body, not because he’s beautiful but because he’s authentic. You look at him and you know that he knows; it’s not about acting, it’s about life. He knows what working means, what it means not to fight against people who give you work because you need it to survive. Ryan Gosling renounces from being a hero to being a normal guy, but better, because also if his characters are constantly disappointed, by love, by work, by life, he accepts that. He learned how to master the experience of defeat. And actors much older than him can’t do that. Ryan Gosling is extremely mature, in a way you can’t expect from a celebrity or a sex-symbol, and that’s why you need years to understand him. Everything is natural in him, but behind that, there’s a huge technique that allows him to always be different. Ryan Gosling is faithful to Ryan Gosling but not to his characters, even when they’re very similar. He can say such stupid things like “You’re beautiful” or “You’re the only one I love”, and you trust him, you feel he’s telling the truth. No way you can listen to other actors saying that stuff, but again, he’s Ryan Gosling. There’s not a moment of pretense with him, never.

He doesn’t consider himself handsome, he can’t look at the girl he likes in the eyes, he’s not afraid to show his fragility. So he’s more handsome, more sexy, so when he finally looks at her, the audience is disoriented and unprepared, and feel that moment as unique.”Do you have a boyfriend? What’s his name?” he asks, walking behind Rooney Mara, the way Marcello Mastroianni, in Fellini 8 1/2, says “Claudia, di chi sei innamorata, con chi stai, a chi vuoi bene?”.

Ryan Gosling works in subtraction, he’s a minimalist, so he allows his partners to shine in their oscar performances, but the truth is they win the Oscar because of him. He doesn’t win the Oscar also because his acting is not american at all. If we want to refer to someone, we have to come back to the old european cinema: Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant, Alain Delon. Discretion and elegance, this is Ryan Gosling, and this is the reason why it’s basically impossible not to love him.

La via della Natura e la via della Grazia – Terrence Malick

Scritto da: Lucia Senesi

 

Il mio direttore della fotografia, per prendermi in giro, dice: “Non puoi davvero dire d’essere in confidenza con Lucia finché non t’ha obbligato a guardare The Tree of Life. Con lei. Il che esclude la possibilità per te d’addormentarti.”

E che cosa possiamo trarre da questa storia? A parte la totale mancanza di rispetto dei miei collaboratori nei miei confronti, è evidente. Che abbiamo attenzioni diverse, proprio come scriveva il mio caro Proust. Perciò esistono alcune (molte, in realtà) persone che si addormentano dopo venti minuti di film, ed altre (poche, ho paura) che, come me, arrivano a guardarlo anche tre volte nella stessa giornata.

Che volete… io ogni trenta novembre ringrazio il Signore per averci donato Terrence Malick, e ogni volta che ho il cuore stanco mi ricordo che questo essere umano ha girato The Tree of Life, e che qualunque cosa mi possa capitare, quel film inizierà sempre così:

 

“Le suore ci hanno insegnato che ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia.

Tu devi scegliere quale delle due seguire.

La Grazia non mira a compiacere se stessa. Accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita. Accetta insulti e oltraggi.

La Natura vuole solo compiacere se stessa e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo. Trova ragione di infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei e l’amore sorride in ogni cosa.

Ci hanno insegnato che chi ama la via della Grazia non ha ragione di temere. Io ti sarò fedele, qualsiasi cosa accada.”

 

thetreeoflife

E se scoprissi che non esiste il tuo Dio? – Ida, Pawel Pawlikowski

Testo di: Lucia Senesi

 

“La grande bellezza della religione è di avere dato a ciascuno di noi un’anima. Qualsiasi persona la porta in sé, non importa la sua condotta morale, la sua intelligenza, la sua sensibilità. Può essere brutta, bella, ricca o povera, santa o pagana. Non ha importanza. Ogni persona ha un’anima. Strana presenza nascosta, ombra misteriosa immersa nel corpo, che vive dietro la faccia e gli occhi, e che non si vede. Ombra di rispetto, segno di riconoscimento della specie umana, segno di Dio in ciascun corpo. Guardando Ida vengono in mente queste parole di Jean-Marie Le Clézio, tratte da L’Estasi materiale.”

Le Monde

Ida

“Per me è il miglior film dell’anno.” Così Alexander Payne (e la sottoscritta). Ed effettivamente Ida è un film che ti colpisce subito, un film che non ha paura di sembrare anacronistico, e allora attinge alla vecchia scuola europea, si libera di tutti gli artifici, si “ripulisce”. Pawlikowski torna indietro per andare avanti: si reinventa, cerca se stesso e le proprie radici, e finisce per trovare il suo stile. E mentre lo fa, coraggiosamente segna il punto di ripartenza di quel cinema che non accetta che il cinema sia sempre e solo e per forza Pulp Fiction, con tutto il rispetto per Pulp Fiction.

Anna, la protagonista, è una ragazza cresciuta in convento che, qualche giorno prima di prendere i voti, scopre di avere una zia e viene invitata dalla Madre Superiora a conoscerla. Scopre così di essere ebrea e di chiamarsi Ida. L’incontro fra Ida e la zia Wanda, due figure molto diverse, troppo diverse, è brusco, le due sembrano destinate a non capirsi. Ida ha uno spirito puro, gentile, aperto alla misericordia e alla grazia; è pudica e avversa alla grossolanità. Wanda, al contrario, è una donna sensuale che vive la vita in tutte le sue forme; indossa abiti seducenti, beve, fuma e tratta gli uomini da pari a pari.

Ida2

“Hai mai pensieri peccaminosi? Se non hai mai provato l’amore sensuale, il tuo che sacrificio è?” Queste le parole della zia, che Ida intelligentemente, tacendo, fa crescere dentro di sé, per trovare un senso al suo amore verso Dio. Del resto è così che fa la vita. L’aveva già mostrato Malick in The Tree of Life. Il piccolo Sean Penn sta diventando grande e si chiede: “come facciamo a imparare se non proviamo?” volendo dire con questo, come facciamo a sapere chi siamo e chi vogliamo essere se non sbagliamo, se non facciamo errori, in sintesi, se non viviamo? Ida tace e osserva, e alla fine sceglie. Ma lo sapete, io non sono la donna degli spoiler…

Wanda, questa donna sfrontata dagli accenti celiniani (“Ecco cos’è la luce: un vetro colorato vicino alla merda di vacca.”, dice mentre le due sono in una stalla e Ida guarda verso la finestra) dovrà fare i conti con la natura della nipote e un passato troppo ingombrante.

Ida è il più bel film dell’anno perché mostra che nessun tipo di fede o di fedeltà ha senso se non ci sforziamo, con coraggio, di metterla in discussione.

E’ un film che resterà nel tempo semplicemente perché incarna le parole di Fellini nel finale di Otto e mezzo:

“Siamo soffocati dalle parole, dalle immagini, dai suoni che non hanno ragione di vita, che vengono dal vuoto e vanno verso il vuoto. A un’artista, veramente degno di questo nome, non bisognerebbe chiedere che quest’atto di lealtà: educarsi al silenzio.”

Otto e mezzo, Federico Fellini

Quello che penso su ciò che è stato detto e scritto su ‘La grande bellezza’ di Paolo Sorrentino

Testo di: Lucia Senesi

Mancano poche ore all’assegnazione della Palma d’oro e tutti si sono espressi sull’unico film italiano presente in concorso a Cannes. Dai giornalisti agli opinionisti, dagli addetti ai lavori ai cinefili, dai produttori ai distributori passando per gli attori che c’erano a quelli che non c’erano e volevano esserci. E così in Italia tutti si trasformano in registi per un giorno: ‘Quella scena poteva girarla in modo diverso’, ‘Il problema non è tanto che manchi la trama, quanto l’assenza di linguaggio’, ‘Nel film c’era un attore di troppo ed era la telecamera’, ‘Sorrentino scrive le epigrafe ai film come al liceo scrivevamo le frasette nel diario’ (Quest’ultima mi rifiuto persino di commentarla)… Parliamo un po’, e cerchiamo di farlo concretamente, di questi ‘errori’ del film:

. LA TRAMA: Un film, fino a prova contraria e prima di tutto, dovrebbe essere un’opera d’arte. Ora ‘chi’ può dirsi in grado di tracciare e ‘come’ i confini entro i quali un artista è libero di muoversi? E soprattutto un artista è tenuto a prendere in considerazione le ragioni e le volontà dello spettatore? Esiste una legge (intendo una legge non legata all’aspetto commerciale) che leghi indissolubilmente un lavoro artistico al pubblico che ‘dovrebbe’ (forse sarebbe più adeguato dire ‘vorrebbe’) fruirne? Il problema della trama i giornalisti italiani lo avevano già affrontato con ‘The tree of life’ di Terrence Malick. Se adesso ci guardiamo tutti in faccia senza prenderci in giro, sappiamo bene che se quel film fosse stato girato da un regista italiano sarebbe stato messo alla gogna e pubblicamente giudicato (come e peggio di Sorrentino). I produttori sarebbero stati prontissimi ad interdirlo per sempre dall’ingresso nelle sale cinematografiche, e poi senza batter ciglio avrebbero cambiato idea al primo sentore di consenso da parte delle giurie internazionali. Ma va bene così. Quando uno spettatore va a vedere un lavoro autoriale deve prima di tutto rispettare il punto di vista dell’autore stesso, salvo poi, per carità, il diritto di non condividerlo e prenderne le distanze. Ma mai e in nessun caso lo spettatore, il critico, il giornalista, l’opinionista si trova nelle condizioni di poter condannare o assolvere. Tanto più che nel caso specifico non lo fa l’autore. Lo hanno definito ‘pretenzioso e ambizioso’, alcuni con valenza negativa, altri più visionari di questi, addirittura hanno fatto passare le due terminologie come complimenti. Che dire. Ambiziose e pretenziose a me sono parse più le critiche rispetto al film. Io l’ho trovato onesto, sincero, diretto. E’ un film che non vuole arruffianarsi nessuno, l’autore non si auto compiace, non cerca comprensione, al limite spera in un perdono a cui non crede neanche fin troppo. E ancora: non si guarda un film d’autore per la trama così come non si legge Proust per sapere come va a finire il libro. Chi ha questa esigenza, infatti, guarda o legge thriller, e con ragione.

. IL LINGUAGGIO: Dovrei copiare parola per parola ciò che ho già detto circa la trama. Richiedere ad un autore di scegliere un linguaggio dichiaratamente preesistente è come chiedere a un cuoco che si è inventato un nuovo dolce (sembra che anch’io sia stata travolta da questa mania di parlare sempre di cibo, aiuto.) come mai non abbia servito del tiramisù, che è evidente, è un ottimo dessert! L’autore sceglie e inventa il suo linguaggio, da che mondo è mondo. Nessuno si è sognato di dire a Picasso: ‘Ehi, che stai facendo? Guarda che la pittura è quello che hanno fatto Michelangelo e Raffaello… quello che fai tu, al limite, sono disegni per ragazzi!’

. L’UTILIZZO DELLA TELECAMERA: Domanda: cosa fa un regista? Risposta: sceglie la messa in scena e i movimenti di camera. Non credo che ci sia troppo altro da dire. Forse una cosa sì. E la dico per chi vuole fare questo mestiere, quindi a me stessa per prima. Paolo Sorrentino fa il regista ed è un regista, lo è sul serio. Festival internazionali lo invitano e conferiscono ampi riconoscimenti ai suoi lavori. Noi, appunto, andiamo a vederlo al cinema. Questo rapporto cerchiamo di non dimenticarlo mai, non è una differenza da poco. Lo accusiamo di presunzione? Noi non siamo certo esempi di umiltà, a quanto pare. Possiamo cercare tutte le scusanti del caso: il nostro Paese è in crisi, i soldi non ci sono, i raccomandati vanno avanti. Ora invece ecco l’unica verità: NON SIAMO ABBASTANZA BRAVI. Non siamo abbastanza bravi e invece lui lo è. Proviamo a dirlo ad alta voce, non c’è nulla di male. L’ammirazione è un sentimento stupendo ed è l’opposto dell’invidia. Invece di sparlare dei film altrui proviamo a fare dei buoni film noi. Svegliamoci al mattino e diciamo: ‘Voglio fare un bel film anch’io!’ Proviamo a dirlo ad alta voce, ci farà sentire meglio.

Questa tendenza allo snobismo, in Italia, sembra ormai un male insuperabile da cui nessuno si salva. Ho letto critiche straniere, non tutte hanno gridato al capolavoro, è vero. Ma quanto rispetto, quali toni proporzionati alla critica che stavano muovendo. Come mai in Italia ci ritroviamo irrimediabilmente di fronte a questa totale assenza di misura? Come mai dietro a ogni parola si sente quel tono di arroganza, di frustrazione, di malevolenza? Come mai questo voler a tutti i costi affossare o esaltare? Questo per dire che se non mi sono piaciute le critiche negative, ho trovato addirittura allarmanti quelle che sono state scritte a favore. Non si capisce perché non siamo in grado di parlare con gioia di qualcosa senza denigrarne un’altra, non si riesce a fare i complimenti ad un bravo attore senza accusarne un altro di incapacità. Non si può apprezzare un regista senza distruggerne artisticamente un altro. Proust (anche io, come Sorrentino, mi sento di scomodarlo) per descrivere il periodo adolescenziale utilizza la formula ‘Circondati sempre da mostri e da dei non si conosce mai la calma’. E’ questo che siamo diventati? Una generazione di eterni adolescenti che trova idoli da glorificare o mostri cattivi da cacciare via? Se così sembra, allora, ha vinto Sorrentino, in ogni caso.

Fra poche ore verrà assegnata la palma d’oro. Io tifo per Paolo Sorrentino e per ‘La grande bellezza’. Perché è un film che ci rappresenta tutti. Perché credo nell’evoluzione che questo Paese può ottenere, a patto che voglia e la smetta di piangersi addosso. Perché ho pianto e ho riso per ragioni, è vero, del tutto personali, ma che valgono il sospetto che possano essere condivise anche da altri.

Sorrentino-Bigazzi